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Chiesa di Sant'Anna "de dins" - Alghero

Realizzazione dei testi Antonio Mura


La nostra cittadina, specie nella parte storica e nelle campagne, è ricca della presenza di piccole chiese che in passato assolvevano a varie funzioni. Si va da quelle padronali, per lo più affiancate alla residenza campagnola dei signori, a quelle legate alle tradizioni popolari, alle confraternite o alla presenza di religiosi o religiose. Esse ancora oggi testimoniano di quanto la religione, con i suoi riti e con i suoi apparati, influenzasse la vita delle persone, a tal punto che tutti ne cercavano i segni visibili e i luoghi dove poter esprimere il proprio sentimento di fede, appunto le chiese. Si trattava di una religiosità talvolta molto elementare, dai tratti tipicamente popolari, che sconfinava nella superstizione. Un sentimento da non sottovalutare però, in quanto nella sua apparente  semplicità rievocava tutte le funzioni primarie e secondarie della religione quali per esempio la spiritualità, l’appartenenza a un nucleo sociale, l’accettazione del sistema dei poteri e dell’autorità, il riti legati al ciclo della vita, delle stagioni e del lavoro. Attorno a queste chiese, in tempi determinati, si celebravano le feste dedicate, che non raramente erano l’occasione per creare nuove relazioni, per ufficializzare fidanzamenti o concludere affari di una certa importanza. Al santo si chiedeva la protezione di tutto ciò che avveniva e si decideva all’ombra della sua chiesa. La devozione degli algheresi nei confronti di S.Anna va inquadrata all’interno di questo contesto socio-religioso. Dal punto di vista temporale, tale contesto appartiene ad un passato poco lontano ma quasi estraneo alla visione moderna e attuale della vita religiosa. Viene molto difficile far intuire alle nuove generazioni quanto queste chiese rappresentassero i centri di aggregazione sociale di una volta! Va pure detto che ad Alghero le chiesette dedicate a tale santa sono due. La più antica (sec. XVI) si trova nella campagna di Alghero, a pochi chilometri dal centro abitato. In occasione della festa era meta di pellegrinaggi e le messe si celebravano più volte al giorno. Oggi viene aperta il 26 di luglio, giorno dedicato a S.Anna e a S.Gioacchino, e i riti sono affidati alla cura dei Padri Passionisti di Alghero. Data la sua ubicazione, per gli algheresi è la chiesa di S.Anna “de fores” (di fuori; l’espressione ci ricorda che Alghero era città murata).

Risale alla metà del 1700, invece, la chiesa di S.Anna “de dins” (di dentro). Essa fu eretta perché un ricco possidente di nome Simon Lacu, originario di Calangianus, nel 1735 mise a disposizione 300 scudi per la costruzione della chiesetta. L’Archivio Capitolare di Alghero, a questo proposito, conserva alcuni atti notarili da cui si viene a sapere che i lavori di muratura furono affidati a un certo Giovanni Mura e quelli di falegnameria a un certo Michele Masala[1].

L’opera è affiancata alla Cattedrale, nella parte esterna del braccio destro del transetto. In quell’area all’epoca si trovava il nuovo cimitero della città, giacché nel 1624 i Gesuiti ottennero che il vecchio cimitero retrostante la Chiesa di S. Michele non fosse più utilizzato. Tale vicinanza ci fa intuire che un primo uso della chiesa fosse quello di cappella cimiteriale, tanto che essa veniva identificata anche come iglésia del fussar, dove per fussaru s’intende il cimitero. Attualmente la via che conduce alla chiesa è denominata Via Roma, in virtù del processo di italianizzazione avviato con l’Unità d’Italia. In passato tale via ha assunto nomi diversi a seconda della funzione che si voleva evidenziare: lo carrer del fussaru, lo carrer de S. Anna, lo carrer de les animes. Se sono intuibili i motivi delle prime due denominazioni, rimane da dare una breve spiegazione del terzo titolo.


[1] Cfr. Antonio Serra, Testimonianze inedite sulle chiese di S. Giovanni Battista, S. Anna e S. Cristoforo in Alghero; in Nuova Comunità, n. 5/1990, p. 165 ss; Sassari 1990.

 

Il riferimento diretto è alle anime, e nella fattispecie la superstizione spingeva a credere che esistessero due mondi paralleli, ambedue reali: il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Da ogni persona passata a miglior vita si liberava la propria anima, che di fatto continuava a vagare in forme misteriose nel mondo dei vivi, specialmente nelle ore notturne. Particolarmente temute erano les animes  en pena, che appartenevano a persone decedute senza ricevere il conforto dei sacramenti. Si può pensare che molte di queste anime vagassero nelle vicinanze del cimitero e che il sentimento popolare, oltre a creare racconti fantasiosi sul loro conto, abbia definito il toponimo di carrer de les animes per dare più peso a les rondallas circolanti, la cui funzione  spaziava dall’educazione dei giovani a forme indirette di controllo sociale, passando per il rispetto delle cose della religione, compresa la morte[1].

Difficile dire per quanto tempo ancora funzionò quel cimitero. Di sicuro però, a partire dalla fine del 1700,  in Europa e in Italia si diffondeva una nuova sensibilità di tipo igienico, specie in ordine alla sanità pubblica. Vengono quindi promulgate le prime leggi che spostano i cimiteri fuori dai centri abitati e Alghero non fa eccezione.

Da questo momento in poi possiamo immaginare che si trasformi anche la zona attorno alla Cattedrale e alla chiesa di S. Anna “de dins”, andando ad assumere le forme che porteranno alla situazione attuale.



[1] A questo proposito si veda l’esauriente studio di Giuseppe Sotgiu, Carrer de les animes-Via Roma, in L’Alguer, n. 84/2002, pp.9-16; Edicions del Sol, Alghero (SS). 


2. Il titolo della Chiesa

Il nome Anna è di origine ebraica (Hannah) e significa “grazia concessa da Dio”. Nella Bibbia i personaggi che portano tale nome sono diversi. Il vangelo di Giovanni, inoltre, ci ricorda che tale nome era portato anche dagli uomini; ci parla , infatti, di un certo Anna che era il suocero del sommo sacerdote Caifa (Gv. 18,12), due dei protagonisti della condanna a morte di Gesù e membri del Sinedrio (Il tribunale ebraico dell’epoca). Più di frequente però tale nome è attribuito alle donne e il repertorio biblico ce ne presenta due dal ruolo molto significativo: Anna la madre di Tobia e Anna la madre di Samuele (Libri storici). Il Vangelo di Luca ci ricorda Anna “la profetessa”, che agisce a favore di Gesù in occasione della Sua presentazione al tempio (Lc. 2,36 ss). Come spesso accade nella Bibbia il ruolo delle donne è legato alla procreazione e la procreazione è legata alla volontà di Dio. Mancano, nei racconti biblici delle nascite, le conoscenze scientifiche che spiegano il concepimento, per cui l’avvenimento sta tra il miracoloso e il terreno: il miracoloso è attribuito alla grazia divina, il terreno è rappresentato dall’accoppiamento. Sin dalle prime pagine della Bibbia, poi, parlando di Adamo ed Eva, è evidente che il procreare appartiene ad un comando divino:”Dio li benedisse e disse loro –Siate fecondi e moltiplicatevi-“ (Gn. 1,28).     Per contro la sterilità, considerata solo femminile, era un segno della punizione divina, e le donne sterili erano trattate con disprezzo e talvolta ripudiate dai loro mariti. La Bibbia, tuttavia, ci presenta anche tanti racconti di donne che, nonostante la mancanza di figli e/o l’età avanzata, sono riuscite a trovare grazia presso Dio e hanno dato la luce a un figlio.  Il caso classico è quello di Sara, la moglie di Abramo, mentre nel vangelo di Luca troviamo quello di Elisabetta, la moglie del sacerdote Zaccaria, che così si esprime dopo il concepimento: “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore: nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini” (Lc. 1,25). Di Anna, madre di Maria, la Bibbia non ne parla. Tuttavia questa Chiesa è titolata a colei che ha partorito la madre di Gesù ed è considerata santa sia nella chiesa di tradizione orientale e sia in quella cattolica. I riferimenti da cui partire per una storia del culto sono due vangeli apocrifi, il protoevangelo di Giacomo (II sec. D.C.) e il pseudo Matteo (IV sec. D.C.). Gli studiosi sono concordi nel ritenere che tali vangeli nascono per completare le scarse informazioni su Maria che derivano dai vangeli canonici, o per sostenere anche dal punto di vista scritturistico i nascenti culti mariani. Anna è la moglie di Gioacchino, ambedue sono della stirpe di Davide ma, nonostante siano passati vent’anni di matrimonio (pseudo Matteo) essi non hanno concepito né figli né figlie. I vangeli apocrifi raccontano dei pregiudizi che si riversano sui due coniugi e di come essi in qualche modo ne soffrano. Si affidano a Dio, a cui rivolgono insistentemente la loro preghiera, finché Dio non esaudisce il loro desiderio con un intervento miracoloso. La bambina che nascerà è Maria (in ebr. Maryam = Amata e/o prediletta di Dio), rimarrà figlia unica e il suo destino è già scritto: sarà la madre di Gesù. Questo episodio spiega in modo esemplare come si riversava la grazia di Dio nella famiglia, andando ad esaudire il desiderio più sentito dei coniugi. Il nome Anna veniva attribuito in particolare ai figli lungamente attesi. Voleva sottolineare la ritrovata benevolenza divina, di cui il figlio era dono e grazia. Nella tradizione popolare e nel culto riservato a S.Anna pare essere questo l’aspetto più significativo, tanto che la santa è considerata la protettrice delle partorienti e patrona delle madri di famiglia e delle vedove. La devozione dal tardo medioevo si è spinta sino ai nostri giorni, anche se era più sentita quando la nostra era una società a prevalente economia agro-pastorale,  che necessitava di manodopera. I figli erano visti come una benedizione divina, perché col loro lavoro garantivano il benessere della famiglia e alleggerivano la responsabilità dei genitori, specialmente quando gli anni avanzavano. Nel suo studio, Il già citato Giuseppe Sotgiu,  riporta il testo di una preghiera popolare algherese che in qualche maniera rievoca la condizione di qualche donna considerata sterile o rimasta vedova: “Sant’Anna, mia Sant’Anna/ Sant’Anna mia Senyora / Mare de nostra Senyora/ Iaia de Jesùs Crist / Rallegrau lo cor meu / Que ‘l tenc massa trist !”.


3. Il Portale, la facciata e i materiali di costruzione.

La Chiesa di S.Anna, come la maggior parte delle costruzioni del centro storico di Alghero, è stata costruita utilizzando blocchi di roccia arenaria. Tale roccia è formata da granuli di sabbia che si sono legati tra loro attraverso un cemento derivante da fenomeni chimici di tipo naturale. Siccome tale fenomeno si realizza in tempi lunghi e legando strati di sabbia anche diversi (trasportati dal vento, dai fiumi e da altre azioni della natura), tale roccia è di tipo sedimentario. Esistono tuttavia vari tipi di arenaria, da quelli più friabili a quelli più resistenti. Ad Alghero, sin dalle origini della città, i blocchi di arenaria sono l’elemento edilizio maggiormente utilizzato, e tale è rimasto sino ai primi del ‘900. Nella lingua locale viene chiamato “massaca’”.  Le cave di tale materiale sono ancora ben visibili in diversi punti della cittadina, specialmente in località Calabona e Lo Cantar, lungo la litoranea che conduce a Bosa. La vicinanza delle cave al mare facilitava anche il trasporto dei blocchi, che avveniva attraverso zattere e per brevi vie marine. La pietra era preferita perché molto disponibile, di facile estrazione e lavorabilità, si prestava ad essere scolpita e a lavorazioni di tipo artistico. Quella di Alghero, inoltre, è una pietra che ha dato grande prova di resistenza anche agli agenti atmosferici e alla salinità dell’aria, se è vero che ancora oggi, dopo secoli, alcune opere come i bastioni e le torri che circondano la città vecchia sono in buono stato di conservazione.

Un esempio della lavorabilità di tale roccia è visibile anche nel portale della Chiesa di S.Anna, inserito all’interno di una struttura in pietra arenaria formata da due lesene che sorreggono un architrave. Tale elementi si presentano lavorati, in modo tale che le linee geometriche dei rilievi rendono più apprezzabile ed elegante l’ingresso della Chiesa. Il gradino principale su cui poggia il portone in legno è in granito, un’altra tipica pietra sarda, nota per la sua resistenza e quindi usata per prevenire l’usura del calpestio. Lo studioso Alfredo Ingegno, autore di una ricerca sul centro storico di Alghero, ritiene che tale portale, nonostante risalga al XVIII secolo, riecheggi uno stile di tipo rinascimentale. Portali della stessa  fattura sono evidenti anche all’interno della attigua  Cattedrale, per esempio l’ingresso principale della sagrestia. Nulla vieta che i costruttori possano essersi ispirati a questi portali, quasi simili anche per dimensioni. Sulla facciata, oltre al portale, sono visibili le paraste  laterali che  la delimitano e la sola apertura, in asse col portale, che illumina l’interno. Si tratta di una finestra a sguincio, posta al di sopra del cornicione che divide in due la facciata, per separarne la parte alta che segue le linee del tetto. Al vertice troviamo la croce, segno indiscutibile della presenza di un luogo di culto. All’interno della chiesa i blocchi di massacà sono ben visibili nella volta a botte, nelle arcate delle pareti laterali e nell’arco trasversale poggiato su due lesene, che rinforza la volta e la divide in due campate.

La Chiesa, non molto tempo fa, è stata sottoposta ad un restauro conservativo che ha riguardato in particolare la struttura portante. A guidare il restauro un certo gusto estetico che preferisce la pietra a vista. Infatti, ad una analisi più accurata, molti blocchi di arenaria, specie all’interno dell’edificio, presentano una bocciardatura che non nasconde perfettamente le tracce del vecchio intonaco rimosso. Si intuisce che prima di tale intervento le parti intonacate erano molto più estese e probabilmente interessavano anche il soffitto. L’orientamento della Chiesa è quello dato dal suo ingresso, quindi da sud a nord, esattamente quello della Cattedrale. Non è quindi l’orientamento tradizionale delle chiede cristiane, da est a ovest, alba e tramonto, risurrezione e  morte. Se per la Cattedrale tale scelta pare essere dovuta a un ridimensionamento del progetto originario per carenza di risorse, per la chiesetta di S. Anna molto probabilmente tale scelta deriva dagli spazi disponibili a lato dell’edificio maggiore, appunto la Cattedrale di S. Maria. La lavorazione della pietra arenaria era effettuata da esperti scalpellini, dei professionisti capaci di dare alla pietra vere e proprie forme artistiche, visibili nel portale del Campanile della Cattedrale o in alcuni palazzi signorili della città. All’interno della chiesa, ma non sappiamo se la cosa sia voluta, si conserva la statua dei Quattro coronati (cioè martiri); essi secondo la leggenda erano degli scalpellini che si rifiutarono di scolpire statue di divinità pagane durante l’Impero di Diocleziano, e perciò furono uccisi. In seguito, di questa statua,  si daranno maggiori dettagli e informazioni.


4. L’acquasantiera

Subito dopo l’ingresso principale della Chiesa dedicata a S.Anna, a destra, si vede una piccola acquasantiera semicircolare fissata sul muro. A prima vista essa si presenta non completa; manca, infatti, la parte posteriore o alzatina, e questo in caso di utilizzo procurerebbe spiacevoli infiltrazioni di acqua benedetta sulla parete, con tutto ciò che ne consegue.  A questo punto sulla sua originalità possiamo avanzare solo delle ipotesi, sicuri che per avere una risposta certa bisognerebbe sondare il muro e vedere se accidentalmente l’intonaco ha coperto una parte del contenitore.

Potrebbe trattarsi di una vecchia acquasantiera a forma circolare, magari una volta sorretta da una colonnina, danneggiata in una parte. Incastonando tale parte sul muro rimane a vista l’elemento ancora integro, ma viene a mancare l’alzatina che dovrebbe contenere l’umidità. In passato il riciclo di oggetti di tale fattura era di largo uso, e tale soluzione magari è stata considerata conveniente visto l’uso saltuario della Chiesa e le risorse disponibili.

                Dal punto di vista artistico non sembra un pezzo di pregio, e al massimo potrebbe trattarsi di un prodotto artigianale in marmo di modeste dimensioni, scavato per ricavarne la conca che deve contenere l’acqua benedetta. Nella parte esterna sono visibili dei decori incisi sul marmo che imprimono all’oggetto maggiore eleganza. Difficile dire se il disegno volesse richiamare l’immagine della conchiglia, segno dell’origine della vita, o i petali di un fiore, segno di purezza.

                Sicuramente più interessante è andare a scoprire il valore dell’acquasantiera sul piano religioso e nell’uso liturgico. E’ risaputo che si entra nella vita cristiana attraverso l’acqua del battesimo. Anticamente il battesimo era amministrato per immersione e i fedeli, coperti dall’acqua, era come se morissero alla vita vecchia, quella di non cristiani. La vita nuova invece, quella da cristiani, era rappresentata dal gesto del riemergere dall’acqua, che è soprattutto immagine della resurrezione di Cristo. In seguito, col diffondersi del battesimo per aspersione, assume valore il significato simbolico dell’uso dell’acqua benedetta, sempre legato all’idea dell’inizio di una vita nuova, quella cristiana. 

L’uso dell’acqua benedetta entra anche nella liturgia domenicale, con l’aspersione dei fedeli, che in circostanze particolari avveniva (e avviene) di domenica e all’inizio della Messa. Chi non era presente al momento di questa aspersione poteva tuttavia segnarsi con l’acqua benedetta contenuta nell’acquasantiera. Tale gesto del segnarsi è visto come estensione dell’efficacia sacramentale del battesimo. Nella dottrina cristiana l’acqua benedetta è un sacramentale, cioè un segno sacro istituito dalla Chiesa per preparare gli uomini a ricevere il frutto dei sacramenti e per santificare le varie circostanze della vita. Ancora oggi l’aspersione domenicale ci prepara ad accogliere la ricchezza spirituale del sacramento dell’Eucaristia; così come entrare in una Chiesa, bagnare la mano nell’acqua benedetta e segnarsi con la croce è la maniera di confermare la nostra scelta di fede.


5. La Pietra Sacra

Al centro della mensa dell’altare della Chiesa di S.Anna è incastonata la cosiddetta pietra sacra. Essa è costituita da un marmo di colore bianco di un certo spessore, dalle dimensioni di una mattonella. Al centro del marmo è ricavata una piccola urna, anch’essa di forma quadrata, al cui interno è stato inserito un sacchetto contenente una parte delle ossa frantumate di un martire (reliquie), cioè di un cristiano  ucciso con violenza a causa della sua fede. Un quadrato di marmo nero, delle stesse dimensioni dell’urna, chiude questo spazio, quasi a significare che in quella pietra vi è il luogo di sepoltura del martire. 

La tradizione di fissare la pietra sacra sull’altare, livellandola col piano della mensa, risale alle norme liturgiche del Concilio di Trento (1545-1563). Sin dalle origini del Cristianesimo c’è uno stretto legame tra il luogo dove si celebra l’Eucaristia e le reliquie dei martiri. L’abitudine, infatti, era di costruire l’altare presso i luoghi dove erano stati sepolti i martiri, o addirittura sopra la tomba, conservando uno spazio aperto per comunicare con essa. In questo modo si creava un collegamento diretto tra il sacrificio di Cristo celebrato sull’altare e quello dei martiri che avevano offerto la loro vita nel nome di Cristo.

L’idea della pietra sacra, tuttavia, risale all’epoca medievale, quando nasce l’esigenza di poter celebrare la Messa anche in luoghi che non erano chiese, per esempio durante un lungo viaggio. Essa rappresentava una specie di altare portatile, le cui dimensioni dovevano servire a contenere l’arredo liturgico essenziale. In seguito, con la riforma liturgica tridentina e quindi con la moltiplicazione degli altari dentro le chiese (affinché ogni sacerdote potesse celebrare la sua Messa privata) si pone l’esigenza, per il Vescovo, di consacrare un’infinità di altari. Gli stessi talvolta venivano spostati, oppure cambiavano dedica, e ciò procurava non pochi fastidi quando si trattava di riconsacrarli. Da qui l’idea di associare la mensa degli altari con la pietra sacra, affinché essi mantengano nel tempo il loro carattere sacro, legandolo alla presenza delle reliquie.

La presenza della Pietra Sacra, incastonata sulla mensa dell’altare della Chiesa di S. Anna, è la prova che tale edificio di culto, nonostante l’utilizzo sporadico, non è stato mai sconsacrato.


6. Il tabernacolo

Sopra l’altare, in corrispondenza della pietra sacra, è collocato il tabernacolo. Si tratta del contenitore che custodisce le ostie consacrate, dove per i cristiani c’è la presenza reale di Cristo. Esso è stato realizzato usando tre elementi: la pietra (in questo caso il marmo), il legno e il metallo. Di marmo bianco è il frontale, che nella parte alta mostra scolpito il viso di tre angeli e nella parte bassa presenta l’apertura dove è incastonato lo sportello. Di legno è la cassetta retrostante e di ottone il portello, variamente decorato. Anche in questo caso è difficile dire se ci troviamo davanti ad un’opera originale. Purtroppo essa è stata oggetto di interventi alquanto discutibili, come la copertura del marmo con una pattina di pittura bianca e la stuccatura, alquanto rozza, dell’intarsio di marmi rossi.

La porticina  del tabernacolo, oltre alla croce, rappresenta in bassorilievo un pellicano che nutre i suoi piccoli. Si dice che il pellicano,  quando il cibo scarseggia, si produca delle ferite sul petto, così da far scorrere il sangue per nutrire i suoi piccoli. Per i cristiani, sin dalle origini, questo gesto è stato associato al sacrificio di Cristo sulla croce e al sacramento dell’Eucaristia, dove corpo e sangue di Cristo diventano nutrimento per ogni uomo. All’interno il tabernacolo è rivestito di stoffa bianca, finemente ricamata, in avanzato stato di invecchiamento. Un’ispezione più accurata fa intravedere un punto di giunzione alla base del viso dei tre angeli. Trattandosi di linea irregolare è possibile che tale frontale abbia subito dei danni o, più semplicemente, che anche in questo caso si tratti di materiale di recupero e riadattato alla sua funzione originale. La collocazione del tabernacolo al centro dell’altare deriva dalle norme liturgiche del Concilio di Trento (1545-1563), per contrastare la dottrina protestante che negava la permanenza della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche. In questo modo, cioè col tabernacolo al centro e ben visibile, si offriva ai fedeli la possibilità di riflettere sulla centralità del sacramento dell’Eucaristia nella vita cristiana. Ben presto si sviluppò la tendenza a costruire tabernacoli sempre più belli e specialmente le porticine furono realizzate con metalli nobili e arricchite con pietre preziose e rare. Il tutto per onorare al meglio Cristo-Eucaristia. Dopo il Concilio di Trento, e per incoraggiare i fedeli a comunicarsi, si danno delle regole per prendere la Comunione al di fuori della messa feriale. E’ così che la funzione del tabernacolo viene ulteriormente esaltata e rafforzata.


7. La balaustra e il presbiterio

La chiesa di S.Anna,  data la sua origine e sempre seguendo le indicazioni del Concilio di Trento, presenta una modesta balaustra in legno, aperta al centro per l’accesso dei ministri all’altare. Essa e’ un elemento  a forma di parapetto, con uno zoccolo di base e una serie di pilastrini lavorati al tornio,  uniti nella parte superiore da un piano parallelo allo zoccolo.

La balaustra assume la funzione di elemento divisorio, volto ad esaltare il ruolo del sacerdote celebrante in chiave antiprotestante. Con la Riforma di Lutero, infatti, si mise in discussione –sino a non riconoscerlo- il sacramento dell’Ordine. Attraverso la balaustra è possibile distinguere anche gli ambienti della chiesa: la parte riservata ai fedeli è chiamata navata, quella riservata ai sacerdoti è chiamata presbiterio. Il presbiterio è separato dalla pavimentazione della navata anche da un gradino, su cui poggia la balaustra.

Tale gradino veniva coperto con dei teli bianchi, insieme al piano della balaustra, e su di essi i fedeli si inginocchiavano per prendere la comunione dalla mano del sacerdote.

Il termine presbiterio deriva dal greco presbitero, che significa anziano, e gli anziani erano i capi delle prime comunità cristiane. Per similitudine il compito del presbitero è stato associato a quello del sacerdote, anzi i due termini sono sinonimi. Sempre da presbitero deriva il termine prete, forse generato dalla scrittura di una volta che faceva largo uso delle abbreviazioni. Anche in questa piccola chiesetta, quindi, e attraverso il divisore della balaustra, s’intuisce l’ecclesiologia tridentina e la funzione privilegiata che i sacerdoti occupavano all’interno della Chiesa, veri e propri ministri del culto che operavano all’interno di spazi riservati solo ad essi, il cui accesso era regolato da severe norme.

Sul piano spirituale gli ambienti della chiesa evocano l’immagine biblica della Chiesa-Corpo  mistico di Cristo. A parlarcene è San Paolo :”Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. (…) Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (1 Cor. 12,12.22). Ovviamente qui si sta parlando della Chiesa nel suo significato più autentico, cioè l’assemblea delle persone che si riuniscono nel nome di Gesù. Nell’edificio chiesa invece il Cristo è rappresentato dal luogo della celebrazione, mentre le membra sono i fedeli che stazionano nella navata. Ne deriva che la dislocazione degli spazi liturgici è riconducibile anche a questa visione paolina.

La balaustra della chiesa di S.Anna presenta evidenti segni di invecchiamento e danni provocati dall’incuria. E’ stata malamente verniciata e questo ne impoverisce ancora di più la fattura. Dispiace dirlo ma in passato la custodia degli ambienti sacri era lasciata alla libera volontà dei parroci e di qualche fidato collaboratore. Questi talvolta si permettevano di intervenire per riparare danni di varia causa, ma lo facevano con discutibile gusto e seguendo una logica di puro risparmio. E’ il caso della balaustra, del pavimento della chiesa e del tabernacolo. Addirittura a S.Anna hanno dipinto anche la cornice in arenaria della volta a botte.

Con la Riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II (1962-1965), accompagnata da una ecclesiologia di partecipazione che ha rivisto anche il ruolo del sacerdote e la funzione dei fedeli laici, insieme ai legami anche teologici che uniscono le due figure, si inaugura un nuovo stile di architettura sacra. Per quanto il presbiterio continui ad essere separato dallo spazio in cui pregano i fedeli, per esempio attraverso dei gradini, salta all’occhio che nelle chiese moderne è scomparsa la balaustra.


8. L'altare di S. Anna

L’altare della chiesetta di S. Anna è del tipo a blocco, cioè una struttura fissa realizzata in pietra. Gli altari di questo tipo sono conosciuti sin dal medioevo, anche se bisogna precisare che nel primo cristianesimo più che di altare dobbiamo parlare di tavolo o, più precisamente, di mensa. L’altare infatti era riconducibile ai riti pagani. Solo dopo, quando il cristianesimo si conferma religione dell’impero, si comincerà a guardare agli altari con minor pregiudizio e a considerarli elementi essenziali dell’arredo liturgico. Anche l’altare a blocco di S. Anna presenta gli elementi tipici che distinguono tale tipologia. La solidità, conferita dalla pietra e che ricorda Cristo “pietra angolare” (Mt 21,42); l’eleganza, rappresentata dal decoro in marmo della parete frontale e dalla proporzione delle dimensioni; la monumentalità, completata dagli elementi a corredo dell’altare; la visibilità, essendo il luogo della celebrazione eucaristica, quindi l’elemento che richiama la comunione con Cristo e con la Chiesa.

Il pannello della parte frontale dell’altare di S.Anna è stata realizzato in marmi policromi. Attualmente lo stato di conservazione di tale decoro è precario e qualche intervento di restauro presenta i limiti dell’incompetenza e l’indecenza del cattivo gusto. Pur non trattandosi di una decorazione di grande fattura, sicuramente attende un migliore destino!

La parte superiore dell’altare costituisce la mensa che per dimensioni supera l’altare stesso. Qui, come abbiamo già visto, è incastonata la pietra sacra. Quando si celebra tale parte è ricoperta da tovaglie e il rito latino ne prevedeva tre, di cui una doveva scendere sino a terra dai lati.  Il sacerdote è rivolto verso l’altare e, di conseguenza, mostra le spalle ai fedeli. Al centro troviamo il tabernacolo (e anche di questo si è già parlato) e più in fondo una struttura formata da due ripiani (il primo riservato alle candele per la celebrazione della Messa, il secondo per i candelabri), sviluppata in altezza. All’altare sono riservate alcune forme di venerazione che competono al sacerdote: l’inchino, il bacio, e l’incenso. Tali gesti sono rivolti a Cristo stesso, presente sull’altare attraverso il sacrificio eucaristico. Poggiata sulla parte posteriore della Chiesa e sovrastante l’altare vi è una grande cornice in legno che contiene un dipinto raffigurante S. Anna e S. Maria ancora infante. Di tale opera, realizzata da una pittrice algherese, si parlerà più avanti. Tuttavia la grande cornice merita la nostra considerazione. Essa sicuramente formava la pala dell’altare di S. Anna, e racchiudeva un dipinto originale su tela raffigurante Sant’Anna, S.Gioacchino e S. Maria piccola. Tale tela, secondo alcuni testimoni (quindi non molto tempo fa, ma qui la precisione pecca), è stata distrutta da un incendio causato da un corto circuito, e perciò sostituita dal nuovo dipinto, seppur di proporzioni inferiori.

Purtroppo anche in questo caso non possiamo esimerci da alcune critiche. Manovalanze maldestre sono state impiegate per il rifacimento del pavimento della Chiesa. Questo è costituito da mattonelle in monocottura degne di un cucinino per rifugio di campagna. Per giunta sono state incollate sul vecchio pavimento in graniglia, anch’esso non di bella fattura ma decisamente più adatto all’estetica dell’ambiente. Come se non bastasse, la base dell’altare è stata protetta con la posa di un battiscopa moderno di color scuro, probabilmente in svendita in qualche negozio di sanitari. Pur apprezzando la buona volontà di chi ha tentato di rendere l’edificio maggiormente fruibile, è anche vero che certi interventi abbisognano dello studio di persone competenti, della maestranza di operai specializzati e della vigilanza degli organi di controllo, tipo le Sovrintendenze. Per potersi esprimere sulla pavimentazione originale, quindi, è necessaria un’ispezione che superi il livello delle due pavimentazioni di cui sopra.


9. I Quattro Coronati

All’interno della Chiesa di S.Anna è custodita un’opera scultorea in legno di fattura recente e alquanto particolare, perché raffigura non una ma ben quattro persone. L’opera è stata commissionata dal gremio dei muratori e dei falegnami e si ispira ad un dipinto (forse settecentesco) attualmente custodito nella sagrestia della Cattedrale di Alghero. Le quattro statue raffigurano i santi Sinforiano, Claudio, Nicostrato e Castorio, uniti nella dicitura dei Quattro coronati in quanto proprio la corona è simbolo del martirio a causa della fede cristiana. Essi sono intenti a svolgere la loro attività di scalpellini e la causa del martirio è da collegarsi al loro rifiuto di scolpire il simulacro di una divinità pagana. La leggenda, come spesso accade, attribuisce la causa di tutto all’imperatore Diocleziano e alla grande persecuzione da lui scatenata contro i cristiani nel 304 D.C. Si racconta che furono gettati nel fiume Danubio dentro botti di piombo e che i loro corpi furono in seguito recuperati da Simplicio; per questo anch’egli pagò il suo gesto col martirio ed ecco perché al culto dei Quattro coronati è associato anche quello di S.Simplicio. In seguito, e con la fine delle persecuzioni, le reliquie dei santi furono traslate a Roma, dove sono custodite nella chiesa del IV secolo intitolata appunto ai Quattro coronati, e sicuramente impiantata in una ricca residenza dell’aristocrazia della Roma antica. A partire dal 600 D.C. quello dei Quattro coronati è anche titolo cardinalizio, ancora in uso. 

Vi era l’abitudine, nel medioevo, di associare le varie corporazioni al culto di qualche santo. Essendo i Quattro coronati degli scalpellini ne deriva il loro legame con le costruzioni e con l’opera scultorea. Da qui la decisione di sceglierli come protettori delle corporazioni edili, specialmente della corporazione dei muratori. A Firenze sono protettori dei Maestri di pietra (gli scalpellini appunto) e dei Maestri di legname (Carpentieri e falegnami). Questa tradizione, per le influenze toscane che hanno interessato la Sardegna, pare essersi diffusa anche ad Alghero. E’ risaputo, inoltre, che dalla corporazione dei muratori prende origine la massoneria, e la massoneria dei Quattro coronati ne ha fatto un mito, a fondamento delle opere –o costruzioni- che la massoneria stessa sostiene. A rappresentare questo legame interviene anche gran parte della simbologia massonica, che si rifà agli attrezzi dei costruttori: squadra e compasso, filo a piombo e livella, cazzuola, pietra grezza e pietra levigata. Ed è proprio quest’ultimo esempio che si ricollega ai Quattro coronati scalpellini, che ben sapevano come dare forma alla pietra, trasformandola da grezza in levigata. La metafora ha come riferimento l’uomo ( o meglio il massone) e il suo cammino verso la perfezione.


10. Il quadro di Anna Usai, artista algherese

Abbiamo già detto che il vecchio dipinto della Chiesa di S. Anna, quello che possiamo considerare alla stregua di una pala d’altare, è andato distrutto a causa di un incendio. Rimane la grande cornice in legno, che però non si presenta bene e viene difficile anche poter dire, a colpo d’occhio, se può essere recuperata attraverso un accurato restauro, o se sia più indicato sostituirla del tutto con una nuova cornice di eguale fattura.

Al centro di questa grande cornice, davanti a uno sfondo in tela bianca realizzato dal fioraio di Alghero Tonino Serra, quasi a voler imitare un passe-partout, si trova un quadro realizzato dalla pittrice algherese Anna Usai nel 1979. Esso raffigura S. Anna con Maria ancora piccola al suo fianco. Della stessa artista è un altro dipinto usato nelle celebrazioni all’aperto nel cortile della chiesetta di S. Anna de fores, dove alle due donne si aggiunge anche S. Gioacchino, come di solito appare nell’iconografia classica. Tale impegno è rappresentativo della devozione che legava la Usai alla Santa di cui porta il nome. E’ mancata all’età di 85 anni, nel 2007, e molte sono le sue opere sparse nel mondo, considerando anche che per un breve periodo della sua vita è vissuta e ha lavorato nella città di Londra. Alla passione per la pittura univa quello per l’insegnamento, sia nelle scuole pubbliche e sia privatamente. L’uso di colori forti, l’amore per i fiori e la natura, una vena leggermente impressionista sono gli elementi che la distinguono. La famiglia custodisce una ricca collezione privata, a suo tempo curata da Anna Usai in persona. Una parte di tali opere sono state esposte al pubblico di Alghero nel 2009, per una mostra antologica in ricordo dell’artista.

Il dipinto della Chiesa di S. Anna de dins mostra un’impressionante ricchezza di simboli religiosi, e in qualche modo è testimone della cultura religiosa appartenuta all’autrice. L’abito bianco di Maria e i gigli stanno a significare il suo stato di purezza. La cintura color oro indica la sua regalità. Dietro le due donne il verde di una tenda indica la speranza che, oltre ad essere una virtù teologale, è l’atteggiamento che distingue il credente, la sua relazione con Dio. La bifora, che centra esattamente la figura di Maria, nell’architettura religiosa simboleggia le due nature di  Gesù, umana e divina. S. Anna e Maria tengono tra le mani un rotolo, presumibilmente il segno della profezia che si compirà in Gesù attraverso Maria. Particolarmente significativi gli sguardi: Maria guarda in alto, in un atteggiamento quasi mistico, tipico di chi sente la vicinanza sconvolgente di Dio. S. Anna guarda in basso, sembra leggere il testo, vuole capire. E’ l’atteggiamento delle donne e degli uomini in ricerca, è un’icona della sua e della nostra umanità, rappresentata anche dal colore rosso del mantello. Il volto della madre di Maria è molto curato, quasi che l’artista volesse dare a questa donna delle sembianze a lei conosciute, si ha l’impressione che sia un ritratto. Le due donne, madre e figlia, sono molto vicine, solidali nell’importante missione che le attende. Sicuramente nell’arte nulla appare per caso, ma questo dipinto di Anna Usai è la prova della ricerca interiore dell’artista, che ha voluto quasi immedesimarsi in queste due donne, per raccoglierne gli elementi più significativi della loro spiritualità. Traspare, se così si può dire, un senso di umana condivisione, un atteggiamento meditativo che richiama la complessità o, per dirla tutta, il mistero della fede.


11. S. Anna nella vita degli Algheresi

Voglio chiudere questa modesta presentazione della Chiesa di S. Anna, sicuramente meritevole di ben altri studi e approfondimenti, chiedendomi come questa devozione sia entrata nella vita degli algheresi. Lo faccio quasi rimproverandomi di non aver trovato il tempo di leggere con attenzione qualche importante documento dell’Archivio diocesano, dove tra l’altro mi è capitato di vedere, quasi di sfuggita, una vecchia nomina del cappellano di S Anna. Credo infatti che non sia secondario comprendere l’importanza che in passato il clero dava a questa Chiesa, e in che modo Vescovo e Capitolo della Cattedrale gestivano la distribuzione degli incarichi.

Di sicuro, invece, ci sono ancora persone in vita che ricordano quasi con nostalgia le feste che una volta si celebravano in città in onore dei Santi o della Madonna. Nella piazza antistante la Chiesa della Madonna del Carmelo, ad esempio, si innalzava l’albero della cuccagna, e molti erano i giovani che si cimentavano nell’impresa di arrampicarsi, per prendere dalla varietà di premi appesi al suo apice. Un’arrampicata non certo facile, anzi scivolosa, perché l’albero veniva preventivamente trattato con olio e grassi.

Lungo la via Roma invece, a ridosso della Chiesa di S. Anna, si organizzava una copertura di stoffe per creare un riparo dall’umidità della notte, che trascorreva tra canti algheresi, balli e abbondanti bevute. Ce lo ricorda lo storico Beppe Sechi Copello, che della festa riporta anche il nome: Les velmes, che altro non erano che le tende e le coperte stese da un muro all’altro per creare una sorta di gazebo ante litteram1. Tutto ciò avveniva il 25 luglio, un giorno prima della festa religiosa. Lo stesso giorno si concludeva la novena che si svolgeva nella chiesetta “de fores”, quando di buon mattino le donne con appresso i loro bambini si muovevano in pellegrinaggio verso la cappella di campagna. Anche in questo caso sarebbe importante vedere il legame di questa festa con le altre feste estive che si celebravano in Sardegna, dopo aver chiuso i conti della produzione della terra e dopo che anche l’impegno del gregge era meno impegnativo.

La festa religiosa era particolarmente sentita anche dai musicisti della Banda Musicale cittadina, che dalla loro sede storica scendevano, strumenti in mano, ad accompagnare le funzioni paraliturgiche. Oggi tutto questo non c’è più, ma l’oblio è sceso anche su altre feste che si svolgevano dentro la città murata. E’ il segno della secolarizzazione, del mondo che cambia. Va tuttavia dato merito all’attuale Parroco della Cattedrale, don Angelo Cocco, di tenere la Chiesa in buon ordine e di aprirla al culto il 26 di luglio, per le liturgie di rito.

 

1 Beppe Sechi Copello, Tradizioni popolari in Alghero, La Celere Editrice, Alghero.

 


Si ringrazia Antonio Mura per la presentazione della chiesa di S. Anna.